sabato 30 gennaio 2010

Son morte le ferule

Gli asfodeli non sono più
da tempo avvizziti i loro fiori
tra le foglie grasse,
ora anche le ferule gialle
sono lunghi steli morti spettrali
ai bordi dell'autostrada,
hanno però un loro fascino
ed uno strano "fare" ché,
nel loro ventre vuoto, arde
perenne la "fiamma" della vita.
E la tua terra ne è piena
come pieni ne sono i miei ricordi
e
i miei sogni
mentre scende in gola
l'ennesimo bicchiere di assenzio
a dare non attimi ma tempi dilatati
di lucido oblio.
Rinasceranno asfodeli e ferule
in un annuale rincorrersi
di vita e morte
a rinfocolare ricordi e speranze
che mai hanno e troveranno
dimenticanza.
Io non voglio e tu?

Mi.Cio - 07/09/04

venerdì 22 gennaio 2010

Lama

E' "splendida splendente"
giace aperta e brilla
ai raggi pallidi di un sole
di sghimbescio
che cala sonnacchioso dietro
il mandolino rovesciato
della città di Enea,
è splendida brillante sirena
invito ad un harakiri
risolutorio e di lei, Bestia
amata ed odiata,
arma letale viscida fascinante.
Definitiva.
Dio, se esisti, dammelo
il coraggio!
E sarà mio il sangue mancato
di Isacco,
sarà mio ed il conto azzerato.
Contentati Dio,
se esisti!

Mi.Cio - 28/08/04

giovedì 21 gennaio 2010

Nella Grande Rete

E si perderanno,
le mie piccole povere cose,
nella Grande Rete.
Minuscole gocce di rugiada si staccheranno
e
precipiteranno nel nulla
di milioni di milioni
di pagine elettroniche,
anche quelle che parlano di te,
della nostra storia,
chiusa davvero?,
della Bestia che mi consuma
e
mi è compagna fedele,
da una vita vissuta ai confini
della cosiddetta normalità
e
nella dimensione di coloro che il Mondo
hanno plasmato,
nella dimensione dei "diversi" e
dicono i "normali"
in ottima compagnia.
Nella dimensione dei "diversi"
o
comunque la si voglia chiamare.

Mi.Cio - 19/08/2004

martedì 19 gennaio 2010

Sonno

Uno due ancora mezzo disco bianco
ed è il sonno desiato ma indotto,
sparato nella testa e nell'anima
privo di sogni, vuoto, pesante,
il nulla.
E poi di colpo eccomi alla vita,
quale vita?
Assonnata, strascicata, frenata
no no no!
Non questa io voglio,
meglio la mia quella vera,
quella fatta di momenti
seduti alla destra di un dio
che non mi guarda e di cui
io non mi curo,
di amori forti violenti e persi
per strada,
di amori che ti maciullano l'anima
e ti spaccano il cuore,
di generosità nascosta e non esibita,
di giullarate davanti ad un bar
alla presenza di vuoti idioti,
di adrenalina che come coca
ti sclerotizza le vene,
di libri divorati quasi fossi
cannibale ad un pasto d'uomo'
e poi e poi...il niente
quella condita di affreschi
senza senso sulle pareti bianche
di una stanza che non vuole, geme
si ribella al tocco di un tattoo
inesperto,
quella fatta di sguardi al limone
caduto
sull'impiantito del viale di sotto.
Questa io voglio...di vita ché
è la mia vita.
Da sempre, e "lo nacqui".


Mi.Cio - 15/04/2004

Stelle cadenti

Son tre notti o mattine?
che gli occhi al cielo, i miei,
e quello vuoto fisso in posa b,
di vecchia leica 6x6,
cercano di catturare una scheggia
di Pleiadi cui affidare
un solo unico desiderio:
RIVEDERTI, toccarti, averti
anche per un solo fragile
disperato momento di addio
vero, definitivo.
Il cielo plumbeo, l'afa che vomita
nubi di calore basse e impenetrabili
oscurano il mio desiderio,
anche il tuo?,ma abbi fede.
io l'ho e incrollabile,
saranno le Leonidi nel cielo terso
d'autunno ad esaudirlo.
E poi, piccola, non ho fretta
pazienza, quella sì,
ne ho molta.
Forse troppa.
E' amore?

Mi.Cio - 2004

lunedì 18 gennaio 2010

Il Tempo non...

...cancella, no non cancella.
il Tempo è un vecchio comacino,
un fine cellini che
sa usare bulino e scalpello,
fa tesoro di sé stesso,
scolpisce le anime,
cesella i cuori e
lentamente, ma in modo inesorabile;
incide i ricordi, quei ricordi
più forti cui tu,
lui sa è Il Tempo Signore
Immortale, non vuoi e non puoi
rinunciare.
E non sarà il volare oltre le nubi
per un tempo finito,
il darti ad un surrogato di me,
o anche peggio,
che ti darà e ci darà pace.
Il Tempo signore immortale
è un vecchio comacino,
un fine cellini
che cesella e scolpisce ad alto
rilievo la tua la mia
anima.
Cinico, implacabile...premuroso.
E' un vecchio vero signore.

Mi.Cio - 13/08/2004 ore 03,10

Ho provato...

...a lasciarmi alle spalle
il tuo viso la tua pelle il tuo fiato
i tuoi occhi le tue efelidi i tuoi seni
piccoli e sodi
le tue cosce il tuo pube il tuo mondo,
ho provato a dire di no al tuo ritornare
ciclico
nella mia mente nel mio ventre nelle mie vene,
ho provato a buttarti nell'angolo più buio
e recondito
del mio essere in questo mondo
di merda.
Ho provato, giuro ho provato,
ma la Bestia che macera
la mia anima contorta e diversa
ti afferra
e quando volo, illuso di avercela fatta,
aggrappato al carro di Fetonte e guardo dall'alto
la Gea dei comuni mortali
o salgo, arrogante, i gradini del cielo
ti sbatte nel mio cervello deserto
con la forza di un Leviatano diabolico.
Ho provato ma è solo quando
disegno con lo sguardo spento
arabeschi di dolore sul soffitto marcio
solo allora solo allora
abbandoni la mia anima spenta.
Ed è pace crudele.
Poi ritorni
ritorni fra le braccia della Bestia
che irride
puttana e serva di un Dio
che gioca crudele
con il mio essere...diverso.

Mi. Cio - 05/08/2004

domenica 17 gennaio 2010

La "chianca" (Racconto breve)

Alina si appartò dietro un cespuglio di rovi , mangiò qualche mora piena di polvere ma succosa e gradevolissima al palato, sedette su un piccolo masso di calcare grigio ( quasi una poltrona per lei ormai ), afferrò una bottiglia di cola da un litro e mezzo – di quelle in plastica prodotte per nome e per conto di una nota catena di supermercati – la privò del tappo e, chiudendo gli occhi a pregustare quel momento che già sapeva di prepotente piacere, versò sul suo sesso stanco e asciutto il liquido scuro e acidulo.
Mentre si lavava - se quello poteva ritenersi un lavarsi - si masturbò delicatamente, a lungo e con studiata lentezza. Raggiunse, come ormai faceva da almeno tre anni, un vero intenso lungo orgasmo.
Lo godette fino in fondo non trattenendolo ma liberando e dando sfogo alle grida ed ai mugolii di piacere.
Poggiò i gomiti sulle gambe, all’altezza delle ginocchia, e prese la testa fra le mani affusolate. I pensieri e le preoccupazioni abbandonarono per qualche attimo la sua testa e la sua anima. Accese una Ms, inspirò profondamente e con un kleenex , contemporaneamente, si asciugò il sesso. Un misto di umori vaginali e cola. Si accovacciò ed orinò a lungo. Fu quasi una pisciata liberatoria che la mondò, almeno fino al momento in cui il prossimo semiflaccido pene l’avesse penetrata, di tutte quelle schifezze, cattiverie, razzismo ma anche timidi accenni di confessioni che neppure ad uno psicanalista si sarebbero raccontate, che le erano state vomitate dentro e non solo tra quelle insensibili grandi labbra violate, anche, da un accenno di infibulazione.
Indossò un paio di mutandine pulite, tirò giù, per quanto possibile, sulle cosce lunghissime la minigonna che a mala pena le arrivava al pube e si avviò per il viottolo polveroso che l’avrebbe condotta alla statale.
Un’altra giornata di “lavoro” era terminata. I primi raggi di sole, arrampicandosi lungo quella parete, che non si offriva ai suoi occhi ma che sapeva non molto scoscesa, del massiccio del Massico facevano già capolino oltre il crinale.
Spuntava l’alba e lei Alina, giovane ivoriana di 26 anni dal fisico statuario, si apprestava a ritornare a casa. Lei che una vera casa aveva la fortuna di averla. Al pari di poche altre decine di giovani puttane nigeriane, ivoriane, senegalesi, rumene ed albanesi che “sbattevano” la loro vita ed il loro corpo lungo quel tratto della strada statale Domitiana. Tra il fiume Garigliano e la vicina cittadina che doveva il suo nome ad una piccola collina che aveva la forma di un dragone addormentato. Ancorché, ormai, sfigurato da una grossa cava di pietra che, solo di recente, era stata chiusa. Per intervento degli ambientalisti ma, soprattutto, con il permesso del clan camorristico che dominava la zona.
Senza il suo consenso non si sarebbe fatto un bel niente. E lo sapevano tutti. Ambientalisti del cazzo compresi, con le loro case dalle facciate in pietra "facciavista" e dalle travi in legno a tutto tondo, che facevano bella mostra di loro nelle grandi mansarde, e prodotte con ormai rarissimo teak, sottratto alle foreste, sempre meno folte, del suo paese.
Altre centinaia di puttane, invece, si apprestavano a distendersi in luride stamberghe dopo aver fatto un bidé, in piedi, con acqua minerale liscia, gasata o…Ferrarelle.
Anche la Lete non era disdegnata. Stessa fonte, stesso carattere frizzantino, stesso sapore, Cambiava solo il prezzo: nettamente inferiore.
A dar loro il cambio altre disgraziate, cui si dava il buon giorno con un calcio nel culo o una pestata di tacco a spillo sulle cosce, poiché il mercato della carne africana e dell’est non aveva sosta in quel lurido tratto di strada, e non solo in quello, che i ragazzotti del luogo chiamavano, con azzeccata acida ironia, “ ‘a chianca”, la macelleria..
I clienti erano per lo più vecchi al limite dell’erezione – qualcuno di essi tra il serio e il faceto, sosteneva che stava sparando in quel modo le ultime delle diecimila cartucce concessegli da madre natura e che certamente era meglio che farlo con una moglie ormai ultrasessantenne e abbrutita dalla fatica. Dalla raccolta dei pomidoro ed ortaggi di vario genere che, alla lunga, spaccava la schiena e poneva in secondo piano la voglia di scopare.
La domenica poi era dedicata al riposo ed al Signore. Nella chiesa madre che dominava la piazza principale del paese ed alla quale si accedeva non senza aver fatto prima atto di sottomissione al camorrista capo o ad un suo delegato.
In genere un nipote o un figlio che per dimostrare di esser degno di un tale onore, e di meritarlo, aveva già dato ampia prova della sua ferocia.
A lei “O animale” non faceva affatto paura. E poi all’ora della messa, lei musulmana non praticante, se la dormiva della grossa dopo aver fatto una calda corroborante doccia.
Qualche volte si lasciava andare al piacere della masturbazione mentre l’acqua le scivolava addosso e le riportava alla mente la fresca piccola cascata sotto la quale era solita fare le sue abluzioni prima di riempire i recipienti, in plastica, da portare alla capanna ove abitava. O mentre tentava di prender sonno, rannicchiandosi in posizione fetale sul fianco destro, su una logora stuoia fatta di foglia di palma intrecciata.
Karim, il suo magnaccia il magnaccia di sua sorella e di sua cugina tragicamente scomparse, sembra, nel corso di una lite tra disperate per la conservazione del “posto”, stava disteso sul grosso letto matrimoniale madido di sudore e tremava come una foglia di canna al vento.
Alina non lo degnò di uno sguardo e ricordò, per un attimo, che quando seppe, a suo tempo, che quello era stato l’uomo delle due ragazze e che non aveva saputo difenderle – si giustificava , e forse non mentiva, di essersi sentito particolarmente male quel giorno e che non era potuto accorrere – fece in modo di diventare la sua puttana preferita.
( “Il posto” è importante perché i puttanieri, lo si impara presto, sono degli abitudinari e, soprattutto, amano luoghi ove oltre alla possibilità di consumare in modo abbastanza discreto la sveltina possano utilizzare vie di fuga sufficientemente sicure.
E chi se lo vede assegnato, o se lo conquista, un tale luogo lo difende con le unghie e nerborute mazze di legno.
Solo qualche giorno prima, una corpulenta nigeriana avevo steso sull’asfalto, uccidendola con un colpo di trave di legno, spaccandole la testa, una giovanissima albanese alla sua prima esperienza da prostituta. La giovinetta si presentò affermando che lei era una persona libera, che gestiva il suo corpo senza alcuna costrizione per ricavar soldi e non necessitava “ do’ ricottaro”. Lo sfruttatore protettore. E questo particolare la perse.)
Karim stava male, male come sicuramente non era mai stato. Implorò, quasi piangendo, che Alina si avvicinasse e le mostrò delle piccole lesioni, dal colore rossobruno, disseminate su tutto il corpo ma in particolare sul volto, sulle braccia e sul tronco.
La giovane donna sentenziò gelida:” finalmente! è un sarcoma di Kaposi, una neoplasia particolare che non lascia scampo. Sei nella fase finale, piccola merda, le Sidà sta facendo giustizia”.
Poi si recò nel bagno ed aprì la doccia.
A Karim quel Kaposi non fece affatto effetto ma quel “le Sidà” pronunciato in perfetto francese lo fece trasalire.
Essì perché quelle due puttanelle, la sorella e la cugina di Alina, non erano state subito così disponibili come si aspettava. Per convincerle a vendere il loro corpo ed a diventare un vero investimento aveva dovuto violentarle più di una volta e farsi aiutare da un paio di degni figuri del suo stampo.
Piangevano e ridevano le due zoccole, arrivarono anche a godere e quando lo facevano o facevan finta di farlo, magari per far sì che alla brutalità si sostituisse un surrogato di atto d’amore, pronunciavano, sorridendo e contorcendosi nel piacere, “le Sidà, le Sidà”.
Sì ora, Karim , ricordava benissimo quello strano nome, in francese, e che per lui e gli altri non aveva alcun significato se non di una imprecazione sconosciuta e che veniva pronunciato continuamente dalle ragazze che non volevano piegarsi al suo volere.
Poi morirono nel corso di una rissa ed in questo, Karim, non mentiva, come non mentiva quando si giustificò della sua assenza causa un improvviso violento colpo di febbre.
Alina uscì dalla cabina doccia avvolta da una nuvola di vapore. Era completamente nuda, era bellissima ed il vapore che la circondava ora coprendola in parte, ora diradandosi ed offrendola in tutto il suo splendore alla vista dell’uomo divorato dalla malattia le procurava un piacere non quantificabile, già provato ma sempre nuovo.
Si sentiva , e lo era, completamente padrona della vita di quel verme. La sciabola era sua, la teneva stretta dalla parte dell’elsa ed ora toccava solo a lei decidere come e quando mollare la stoccata finale. Di taglio non di punta come si sarebbe fatto con un fioretto.
E decise che era giunto il momento.
“Karim, stai morendo. Brutto verme nero sei alla fine. Quel cancro che hai sulla pellaccia da sfruttatore sta a significare che, ormai, le tue difese immunitarie sono al lumicino. Morirai di una semplice broncopolmonite o di una affezione simile. E vendetta sarà fatta. Hai l’AIDS, uomo di merda e sei allo stadio finale”.
“ L’AIDS, ma che cazzo dici, brutta sporca puttana? Piuttosto versami il guadagno della giornata”.
Un violento colpo di tosse lo fece piegare letteralmente in due. Sputò in un fazzoletto di carta e tracce di sangue lasciarono la loro impronta sul quel composto di cellulosa sbiancata.
“Maledette gengive infiammate”, bofonchiò. E giù un altro colpo di tosse.
“ Sei alla fine brutto nero figlio di puttana. Sei alla fine hai le Sidà”.
Karim trasalì, il sudore già copioso aumentò in maniera inusitata. Ora aveva freddo, un freddo cane malgrado intuisse che il caldo e l’afa la facessero da padroni in quella stanza. E poi lei Alina, nuda, nella sua sfolgorante bellezza color ebano, sembrava un dea vendicatrice.
“Le Sidà?”
“Hai dimenticato che siamo di lingua madre francese, brutto imbecille nero? Aids in francese si dice Sida, idiota. Sindrome da immunodeficienza acquisita. L’acronimo è leggermente diverso, il significato lo stesso. Mia sorella e mia cugina ne erano affette. Non ti avevano avvertito? O meglio lo hanno fatto, ma tu e i tuoi amici carnefici non avete capito un beato cazzo. Ora stai per pagare e lo farai nel peggiore dei modi brutto testa di minchia!”
( Le parolacce le aveva imparate in tutti i vernacoli della penisola. Dai suoi clienti, ovviamente.)
Si rimise addosso l’accappatoio e lo lasciò solo sul letto con la sua disperazione e la immortale, vecchia, Nera Signora dalla falce immensa.
Non avrebbe dormito quella mattina. Si lasciò andare su di una sdraio sul balcone, aprì l’accappatoio e si offrì ai raggi del sole ed agli sguardi avidi del giovanotto quindicenne del palazzo di fronte che, dietro le imposte, abbassate ma non al punto da serrarsi completamente, dava di mano con il suo sesso turgido in una violenta masturbazione. Lo faceva spesso e lei lo sapeva.
Alina allargò le cosce e gli offrì la vista della sua vagina. Stava eccitandosi anche lei e, di lì a poco, avrebbe partecipato al gioco. E lui si sarebbe masturbato non una, ma due, tre volte fino a - lei questo lo immaginava - lasciarsi andare sfinito sul suo letto ad una piazza.
Un giorno, pensò, lo avrebbe fatto salire su da lei e lo avrebbe sverginato. Gli avrebbe messo su un preservativo e gli sarebbe montata addosso. Lo avrebbe fatto godere come mai avevano fatto, fino a quel momento, le sue mani. E, chissà! forse avrebbe provato piacere anche lei.
Karim, rantolava sul letto e pronunciava con monotonia quasi fosse un mantra:” le sidà, le sidà, le sidà ecco perché ridevano. Ecco perché a volte godevano. Mi stavano uccidendo….”.
Alina stava, ora, partecipando al gioco. E non solo con le dita.
Il sole si nascose per qualche momento dietro un grosso cumulo nembo, la persiana a ghigliottina, in plastica, dell’appartamento di fronte si alzò leggermente. Il giovin virgulto aveva bisogno di maggior luce.
Alina allargò ancora di più le cosce. Ora si stava masturbando con un grosso sesso in plastica e, con una lentezza voluta ed esasperante, fece in modo che le sue labbra sotto il pube nero come il carbone lo ingoiassero fino ai testicoli immensi e pieni di liquido caldo.
Li strizzò con forza. Il liquido ( era latte ), tiepido, schizzò violento all’interno della vagina ormai bagnata come se avesse avuto una serie di orgasmi a grappolo. Lo mantenne in quella posizione per un tempo lungo una vita, lasciò che la sua cappella le aprisse l’utero e vi si accomodasse dentro continuando a sputare quello che per lei, in quel momento, era piacere puro e una nuova vita.
Le sue urla di piacere, di un piacere mai provato fino ad allora, si levarono alte nel cielo a spostare le nuvole ed a liberare il sole da quel burqa fatto di niente. Le sue urla di piacere e gioia si sovrapposero all’ultimo rantolo di morte di Karim, mentre un rivolo di sangue nero gli usciva da un lato della bocca.
In un appartamento di un palazzo di fronte al suo un ragazzetto di quindici anni, ancora vergine, si lasciava cadere, sfinito, sul letto ad una piazza dopo aver sacrificato ad Onan per l’ennesima e, forse , ultima volta.
Anche le sue urla di piacere si sovrapposero al rantolo di morte dell’aguzzino nero.

10/09/2004 - michele ciorra

venerdì 15 gennaio 2010

Foibe

Foibe un nome, una garanzia
di morte lenta, allucinante,
fatta di sangue e acque cristalline
di pioggia
portata dalla bora e dal vento
dell'est.
Le ali spezzate, legate con filo
di ferro, con cinghie di cuoio
"ingottito" per un volo
verso il fondo.
Buio assoluto, puzzo di vomito,paura
e
morte lenta.
E su a ridere, sghignazzare, pisciare
verso il fondo.
TITINI belve compagne a macinar
vendette personali fatte di invidia,
ignoranza e voglia di far proprie
ricchezze sudate sui campi,
nel mare, nelle botteghe artigiane.
Foibe, massacro concesso,
in nome di una guerra persa,
da piccoli uomini
proni al volere di vincitori
scaciati ed ora premiati
con l'ingresso in una Europa inutile
ed avversata dai popoli.
Foibe, inno all'umana bestialità
al pari dei gulag e dei lager.
Foibe tragedia italica sottaciuta
per leccare il culo
ad un slavo pieno di sé
e
falso mito di una democrazia
socialista
andata a puttane al primo, forte puzzo
di una moneta forte che
alimenta casini e casinò
di un popolo pronto a svendere dignità
e onore.
Foibe tragedia dimenticata che
ora affiora da un mare di rocce
merdose dilavate dall'acqua
portata dalla bora e dal vento dell'est.

Mi. Cio - 30/07/2004

giovedì 14 gennaio 2010

E' quella la mia vita

E' la mia vita
fatta di addii momentanei
e perigliosi,
di notti insonni a disegnare,
con gli occhi, arabeschi
immaginari
sul soffitto immacolato,
di desiderio vero di farla
finita,
di sguardi pieni di desiderio
a quel limone che, sirena puttana,
occhieggia dall'impiantido.
E poi di salite al cielo
Icaro impazzito e incosciente
senza freni
pronto a sfidare Dei e Uomini
tutti,
è questa la mia vita vera,
non quella condita
di bianchi rosa e rossi caché
che danno notti senza sogni,
vuote come la zucca
di un vecchio inutile tuaregh
abbandonato al suo destino
dalla crudeltà di una società
matriarcale.
E' quella la mia vita,
non questa.

Mi.Cio - 2004

mercoledì 13 gennaio 2010

Gli orchi

Violano immacolate coscienze
e vergini corpi,
succhiano l’anima di chi
l’anima ancora non sa di averla,
cinici orchi spesso impotenti
incapaci di amare e pronti a darsi
motivazioni di ordine morale,
sono il cacciatore che uccide la preda indifesa
per favorire
la selezione della specie,
sono il cancro di una società opulenta
che piscia il suo sperma
nei retti, nelle bocche, nelle vagine
di giovani coscienze vendute
per un pugno di rupie,
sono puttane immonde che bevono il seme
di minuscole gonadi e lo spalmano
sui seni cadenti,
sono gli orchi diabolici
che creano i mostri di domani,
sono la feccia del mondo che ritorna
ai talami di casa e bacia i pargoli assonnati
con sulla lingua il sangue rappreso
di un primo giovane mestrue e che ha
sotto le unghie i resti di un imene
violato.
Sono creature di Dio che un ave maria ed
un pater noster riguadagneranno al cielo
nel confessionale di un pedofilo
dalla tonaca nera ed il colletto teso
e che , poi, nella sagrestia in penombra
sbaveranno sulle immagini agghiaccianti
di snuff movie prodotti del degrado e della
povertà più assoluta,
una giovane vita fatta fuori al culmine
del piacere di un attimo e che gli avi romani
si davan mozzando la testa di un’oca.
Porci senza ali che sguazzano nella melma
delle loro lordure
perché sanno che una croce di olio santo
sulla fronte al trapasso sarà garanzia
di vita eterna.
Orchi, lupi, iene non figliuoli prodighi
ritornati all’ovile, merce da fiamme
per un inferno che non esiste, merce buona
per un dio debole e narciso
che tutto perdona purché lo si celebri.
e gli si offrano doni.

Mi.Cio - 2004

Golfo di Gaeta (LT), dubbi e perplessità sulla Sanità

di Americo Zasa

"Siamo di nuovo al centro dell’ennesima battaglia sulla Sanità del Sud Pontino e sicuramente, anche questa volta, le vittime saranno la Sanità stessa e tutti i cittadini bisognosi di cure.
Purtroppo la situazione è estremamente grave e, tra progetti mai realizzati e promesse mai mantenute, chi si trova ad avere problemi di salute rischia di non avere un’assistenza adeguata o, addirittura, di non averla affatto e di essere cosi costretto a rivolgersi ad Aziende Sanitarie di altre regioni.
La realizzazione del Nuovo Policlinico del Golfo intanto si allontana sempre di più, anche grazie alle ultime polemiche del Sindaco di Formia, mentre Minturno e Gaeta continuano a perdere servizi sanitari preziosi per tutti i cittadini e il P.O. di Formia diventa sempre più congestionato e meno efficiente, costretto ad accogliere i pazienti non solo del Sud Pontino ma anche dal nord Casertano e del Frusinate, se a tutto ciò si aggiunge che la viabilità sta diventando un incubo, anche a causa dei lavori previsti nella città di Formia, ci si rende conto dell’urgenza e della necessità di un riordino e di un potenziamento dei servizi sanitari presenti nel territorio.
Il candidato Sindaco Dott. Galasso, pur rendendosi conto della delicata situazione, propone la realizzazione di un Country Hospital, cioè un Ospedale di Comunità gestito dai medici di famiglia, e di Hospice Oncologico destinato ai malati terminali. Progetti certamente importanti e che sarebbero preziosi per la nostra comunità ma che, vista la situazione, sarebbero sicuramente inattuabili a livello economico e, inoltre, senza l’attuazione del Nuovo Policlinico del Golfo, risponderebbero alle esigenze solo di una piccola parte della popolazione.
Il Dott. Galasso comunque dovrebbe anche tener conto che sul territorio esiste una efficiente assistenza domiciliare, uno dei pochi servizi che ancora non è stato smantellato e che funziona, che può essere attivato dal Medico di Famiglia con una semplice richiesta, e un servizio post-dimissioni che prevede l’assistenza, per un mese, ai pazienti dimessi dai reparti di medicina e geriatria da parte di medici e infermieri degli stessi reparti.
Già nel 2007,il Dott. Galasso, allora Assessore alla Sanità, aveva proposto tale progetto e già allora il sottoscritto aveva sottolineato la sua difficile attuazione, sempre in relazione alla situazione esistente, grave allora come ora.
A proposito di situazioni gravi, tra qualche mese scadrà il contratto tra ASL e T.E.A.R. e mi chiedo, vista la non disponibilità del vecchio P.O. di Minturno e la mancanza di fondi per finire i lavori di ristrutturazione dello stesso, che ne sarà degli ultimi servizi superstiti nel nostro paese?
Minturno 11 gennaio 2010
Il Consigliere Comunale
Americo Zasa
".
Con la consueta abilità dialettica e fondatezza di argomenti il nostro Americo esprime i suoi dubbi e le sue perplessità circa il destino della Sanità nel Sud Pontino trattata a picconate da politici della prima e dell'ultima ora mentre qualche illustre penna d'oca si perita addirittura di scivere che sarebbe ora di staccare la spina.
Per farla transitare addirittura nello stato di coma profondo? Ed a beneficio di chi?

Wikkende ar mare

Piove sui gusci vuoti
di cozze di vivaio
allevate in acque lorde,
sui rimasugli di spaghetti
al sugo di vongole veraci di laguna,
alla diossina,
sulle lische di alibut
scongelato di fresco,
nei bicchieri sporchi
di sorbetto industriale,
sui tavoli e sulle sedie
in plastica
fasciati da "mesali" a quadroni
bianchi e rossi,
piove, governo ladro!,
su una giornata al mare
e su un pranzo del cazzo
sulla veranda di un locale,
di merda,
tutto a dieci eur(i)
mancia al cameriere compresa.
Eccheminchia!

Mi.Cio - 2004

martedì 12 gennaio 2010

Per loro è vacanza

E' carne di terzo taglio
impanata con rena sporca
fritta nel sudore untuoso
sotto un sole cocente.
E' povera gente dai bronx
della capitale del sud
quella che vuol vivere,
sulla nostra spiaggia asfittica,
poche ore di meritata
"vacanza".
E poi, dopo un bagno rubato
in acqua sporca, una frittata
di spaghetti ed una birra cocente,
il ritorno a casa o in un basso,
tra montagne di rifiuti
che bruciano fetidi,
in un treno dai vagoni
lerci e puzzolenti.
Eppur la chiamano vacanza,
evasione di un giorno
dalle miserie di sempre.
Caroline, Flavi Briatore, Marine
per poche ore come
su una costa di smeraldo
di là dal mare.

Mi.Cio. - 2004

lunedì 11 gennaio 2010

Io lo saprò

Un giorno dovessero capitarti
tra le mani
queste quattro righe
disegna a margine del foglio
un cuore
se ancora senti qualcosa,
una lama se il filo è spezzato
per sempre
ma il passato è presente,
niente se ormai è indifferenza
vera.
Ed io lo saprò, stanne certa,
lo saprò.

Mi.Cio - 06/06/2004

venerdì 8 gennaio 2010

All'amico caduto

Un dolore leggero alla schiena
quasi una carezza profonda,
poi il sonno a metà
del tuo corpo deriso.
Un catetere ti libera
del superfluo e soffia
la vita
nelle tue membra
ancor vive.
Solo una vita incompleta
per gli anni a venire,
dolore, piaghe, puzza
di escrementi versati
dal ventre
in un sacco di plastica
morbida.
E la pietà, quella pietà
di un giorno a non lenire
ferita profonda che
non rimargina più.
C'è dio in questo e negli
altri mali del Mondo?
C'è dio? Perdio!

Mi.Cio - 01/08/2004

mercoledì 6 gennaio 2010

Ritratto

E' il mio volto
quello nello specchio,
è il mio volto quello che
il rasoio esplora
senza intoppi.
E i segni del tempo?
Non ho stanze segrete,
soffitte mansarde cantine
ove un cavalletto sostenga
un antico ritratto
nascosto
da un telo consunto.
Niente patti con dio o lucifero,
non miscugli di donne, vendute,
in sabba alla luce riflessa
di luna sanguigna,
dentro di me i segni del tempo
che scivola lento ostile
e
nega le gioie più semplici
e vere.

Mi.Cio - 29/05/2004

Frammenti

E' vero, maledettamente vero,
il tempo smussa gli angoli
sfuma i contorni solarizza le immagini
ed ora mi è difficile,
spaventosamente difficile,
giocare con i ricordi
e riportare alla mente
i tratti del tuo volto
pur così diverso.
E' vero maledettamente vero,
il tempo smussa gli angoli
sfuma i contorni solarizza le immagini
ma non aiuta poiché nulla può
con i sentimenti
che non hanno contorni...
dalla finestra due binari bruniti
sterpaglie, una parete di roccia corrosa e
allargando lo sguardo
costruzioni oscene di palazzinari arricchiti.
Poi affini il tuo guardare e sono
pennacchi di strame al vento
una ferula rosa e un asfodelo.
E qualche giallo fiore
di fico d'India.

Mi.Cio - 27/05/2004

8 giugno 2004 (A mia figlia in occasione della laurea in ingegneria)

Ce l'hai fatta piccola mia
tra qualche giorno ti metteranno
in capo quello strano cappello
e sulle spalle una toga presi in prestito
e sarai dottore.
Dovrei sprizzare gioia da tutti
i pori,
la felicità dovrebbe già leggersi
sul mio volto
come su di un monitor acceso o
un libro aperto.
Dovrei gridare, e sarebbe umano,
il mio orgoglio al cielo fino a
spaccarmi i polmoni. Dovrei.
Chiuso nella mia gabbia,
perdio mi ero illuso di esserne fuori!,
macero in una colpevole cosciente indifferenza
l'avvicinarsi di un momento in cui
l'orso
dovrà darsi una maschera gioiosa.
Farei di tutto credimi,
mutilerei il mio corpo perché
novello Farinelli potessi cantare
la mia la tua la nostra gioia
e magari mutare questo mio essere
ignobile.

Mi.Cio - 22/05/2004

martedì 5 gennaio 2010

Licantropo (A me stesso)

Leggo le tue cose spesso
ed ha ragione l'amica sconosciuta.
Stessi contenuti, tutte uguali,
mai un ode al cielo,
difficilmente un cuore che
rima con amore,
sterco bestemmie invettive
grida strozzate in un'agorà affollata
che non ti caga.
Poi ti entro dentro
ti osservo meglio e ti faccio
mio
ed allora mi chiedo:
come può un lupo mannaro
se non ululare ad una luna rossa
di sangue,
grattarsi le croste
dell'anima,
strapparsi i peli dal petto e
dal cuore ?
Ulula licantropo, fallo senza
ritegno e
chi vuol intendere intenda,
chi non vuole passi oltre
tu hai la luna che
ascolta i tuoi lai.
E non è poco.

Mi.Cio - 09/05/2004

sabato 2 gennaio 2010

Primavera 2004

Piove come fosse autunno
cadono morti dagli schermi tv
quasi fossero foglie
avvizzite,
sono anni secoli millenni
che accade e a nessuno frega
un beato cazzo
ma ora ci sono i media
le sciarpine colorate le pagine
patinate le torture in tre D
e per qualche ora giorno o
settimanale faranno notizia.
Poi tutti al mare a mostrar culi
tette e fighe.
Se ne riparlerà in autunno
quando spunteranno gemme
quasi fosse primavera.

Mi.Cio - 06/05/2004

venerdì 1 gennaio 2010

L'anno che non verrà

Se ne è andato un altro anno - perfida convenzione umana fatta solo di numeri - in una dionisiaca orgia di vino di marca ma anche in buona parte tarocco; di pasticcini pur prodotti, è la moda, da artigiani al microonde tra abbracci, auguri e baci mentre uomini vestiti di bianco o con il petto ringalluzzito da medaglie di latta regalavano una notte diversa, a poche decine di disperati, a mondarsi l'anima delle ferite che aggrediscono una società sempre più sterile nei corpi e nelle anime.
Se ne è andato una altro anno anche per i disgraziati dalla pelle nera o bianca che raccolgono pomidoro ed ortaggi nelle or gelide campagne e che lavorano ammassati come bestie nei laboratori lager per il lusso di pochi.
Se ne è andato una altro anno al solito dipinto come peggiore del precedente e nell'augurio di una anno nuovo che...non verrà.
Se ne è andato un altro anno per l'Africa nera e reietta, per il Sud del mondo che non continuerà a sperare in un futuro migliore mentre politici e potenti dall'animo inesistente riprenderanno gioiosi le loro vuote false litanie.
Se ne è andato un altro anno per un nuovo anno che...non verrà.